Senza titolo (Libro cuore)
1996
marmo
25 x 32 x 2.2 cm
La Bella addormentata (il filo murato)
1988
marmo legno e lana
100 x 40 cm
L’ottavo giorno si separò il creato dalla creazione e nacque il libro
1982
collage su travertino rosso persiano
32,5 x 54,6 x 2,1 cm
Senza titolo
1996
Marmo
45 x 10 x 2 cm
Mirella Bentivoglio, nata Bertarelli, viene al mondo il 28 marzo 1922 a Klagenfurt, in Austria, da genitori italiani: la madre Margherita Cavalli e il padre Ernesto Bertarelli, scienziato e bibliofilo. Cresciuta a Milano tra pareti di libri, si forma in un ambiente plurilingue tra la Svizzera tedesca e l’Inghilterra, dove ottiene i diplomi di Proficiency in English delle università di Sheffield e Cambridge. Il primo contatto con il mondo dell’arte passa per la famiglia: la cugina pittrice Maria Teresa Cavalli e il marito Renato Vernizzi, esponente del chiarismo lombardo, per la cui galleria lavora organizzando eventi, e i cui colori influenzano i suoi primi quadri figurativi. Contemporaneamente scrive poesie in italiano e in inglese: la prima raccolta, Giardino, esce da Scheiwiller nel 1943 e la introduce nei circoli letterari, con recensioni di Giorgio Caproni e Mario Praz, ma gli anni della guerra la portano a una crisi espressiva che la allontana per un periodo dalla scrittura e dalla pittura.
Nel 1949 sposa Ludovico Matteo Bentivoglio, docente di diritto internazionale, e ne adotta il cognome per scelta, anche per il suo significato augurale. Alla fine degli anni Cinquanta una borsa di studio la porta al Salzburg Seminar for American Studies, dove sceglie di studiare Ben Shahn, pittore che usava spesso le parole nei suoi quadri e che l’aveva colpita alla Biennale di Venezia del 1954: ne nascono un’amicizia e una monografia, pubblicata da De Luca nel 1963 e candidata al Premio Viareggio. Determinante è anche la maternità: osservando i disegni delle sue tre figlie scopre un linguaggio senza sintassi ma ricchissimo di immagini, e raccontava che furono proprio le bambine a indicarle la strada.
La svolta arriva a metà degli anni Sessanta, quando il marito le mostra un articolo di giornale sulla poesia concreta brasiliana dei fratelli Augusto e Haroldo de Campos: per lei, come avrebbe raccontato, fu «come fare un buco e trovare il petrolio». Da quel momento la parola diventa materia visiva. Partendo dalla poesia concreta e dalla poesia visiva, scompone lettere e parole per farne emergere significati nascosti: in Gabbia (1966) una griglia di “H” rinchiude la parola “HO”, e solo la “O” rossa indica una via d’uscita; nella cartella Storia del monumento (1968), realizzata con Annalisa Alloatti, la parola “monumento” crolla pagina dopo pagina in frammenti come “nume”, “me non tu”, “muto”, “temo”.
Nel 1967 partecipa alla sua prima mostra collettiva, Poesia Concreta, curata da Adriano Spatola e Franco Verdi al Club Turati di Milano; nel 1968 pubblica la raccolta Calendario con Vallecchi e ottiene per titoli l’idoneità all’insegnamento di Estetica e Storia dell’arte nelle Accademie; nel 1969 è per la prima volta alla Biennale di Venezia, nella rassegna di poesia concreta a Ca’ Giustinian. Nascono opere che uniscono gioco linguistico e denuncia: Ti amo (1970), in cui la sillaba “AM” si apre dentro una bocca femminile spalancata, che insieme ama e divora; Fiore nero (1971), il suo primo lavoro di poesia visiva noto, un fiore composto con i ritagli di un articolo sul funerale di un giovane afroamericano ucciso dalla polizia; Il cuore della consumatrice ubbidiente (1975), dove le due “C” di Coca-Cola formano un cuore che racchiude la parola “oca”. Nel 1971 tiene la prima personale alla Galleria Schwarz di Milano, seguita nel 1973 da una mostra alla Galleria Pictogramma di Roma presentata da Gillo Dorfles.
Il libro è il filo conduttore di tutta la sua ricerca. Nel 1966, dopo l’alluvione di Firenze, lavora come volontaria alla Biblioteca Nazionale per salvare i codici danneggiati dall’acqua: l’esperienza le rivela la fragilità della carta e fa nascere il desiderio di libri fatti di materiali durevoli. Dopo il libro di cartoncino sagomato Punto ambiguo (1972), con Poema totale (1974) realizza il suo primo libro aperto in pietra, con un uovo appoggiato al centro: libro e uovo diventano da allora i due simboli cardine della sua poetica. Seguono libri di marmo, spesso incisi o serigrafati, i libri tessili degli anni Ottanta e, negli anni Novanta, le Litolattine, libri con pagine di lattine schiacciate raccolte per strada. Nel 1990 conia il termine “librismo” per indicare gli artisti che lavorano sul concetto e sulla forma del libro. Lei stessa rifiutava l’etichetta di scultrice: «Sono considerata, erroneamente, uno scultore, sia pure atipico; in realtà il mio lavoro si svolge, oggi come ieri, in un ambito totalmente “poetico”».
Nel 1976, invitata da Enrico Crispolti alla Biennale di Gubbio, realizza la sua opera pubblica più celebre: un uovo alto 2,30 metri, di circa due tonnellate, costruito con pietre di una cava locale grandi quanto un palmo, come quelle usate per le lapidazioni. Il titolo originale, All’adultera lapidata, è inciso su una pietra rivolta verso l’interno, invisibile. «Il mio Uovo è un simbolo della vita costruito con degli strumenti di morte», spiegava l’artista. Collocata fuori da Porta Sant’Ubaldo, lungo il percorso della Corsa dei Ceri, è considerata la prima scultura pubblica femminista in Italia; crollata dopo un incidente stradale, è stata restaurata dal Comune come opera identitaria della città, dove tutti la chiamano “Ovo”. All’Ovo seguono altre opere monumentali in pietra, come Da “H” a “E”, in cui tre blocchi di travertino trasformano la lettera muta H nella congiunzione E, e Hyper Ovum (1987).
A Gubbio torna con le performance Lettura come poesia (1979) ed E = congiunzione (1981) e con gli interventi negli ipogei umbri (1982–85); porta la poesia fonetica a Savona, nei teatri di Alessandria e Roma, al Centre Pompidou e a Los Angeles. Le sue strutture simboliche trovano casa nei luoghi più diversi: la campagna di Bassano in Teverina, dove nel 1998 il Libro-campo disegna un libro aperto con solchi di terra destinati a scomparire; Piazza Augusto Imperatore a Roma (2001); il parco di Villa Buttafava in Lombardia; le rive della Moldava a Praga (2005); il sagrato della chiesa di Quaroni a Matera (2007).
Accanto al lavoro di artista, Bentivoglio è stata una curatrice decisiva per la storia delle artiste del Novecento. Inizia alla fine degli anni Sessanta grazie al sodalizio con Ugo Carrega e nel gennaio 1972, al Centro Tool di Milano, cura l’Esposizione Internazionale di Operatrici Visuali, la prima di una serie di mostre interamente dedicate alle artiste, che negli anni successivi tocca Savona, Roma e Torino, e prosegue nel 1976 con Tra linguaggio e immagine alla Galleria Il Canale di Venezia. Nello stesso anno cura all’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo una mostra per il centenario della nascita di Marinetti.
Nel 1978 il presidente della Biennale, Carlo Ripa di Meana, le affida una sezione ai Magazzini del Sale alle Zattere. Nasce Materializzazione del linguaggio: un titolo che nella radice “mater” unisce femminilità e materia, e una mostra che riunisce ottanta artiste, dalle avanguardie russe di Ol’ga Rozanova e Natal’ja Gončarova a Sonia Delaunay, fino alle contemporanee come Ketty La Rocca, Irma Blank, Elisabetta Gut e Maria Lai, con cui Bentivoglio collabora al Libro A. Fu l’unica mostra di quella Biennale con artisti dell’Europa orientale: per aggirare il boicottaggio dei governi comunisti, Bentivoglio si fece spedire le opere direttamente dalle artiste. Dal 20 al 23 settembre la mostra si animò con performance di poesia fonetica e scrittura gestuale. Nel 2022 la Biennale di Cecilia Alemani, Il latte dei sogni, ne ha ripubblicato il catalogo.
Negli anni successivi porta le sue mostre in tutto il mondo: dalla Columbia University di New York (From Page to Space, 1979) a Barcellona (Fil-sophia, 1982) e Senigallia (Volùmina, 1988), da Medellín a Recife, dal Festival di Perth in Australia al Centro Pecci di Prato e al Palazzo delle Esposizioni di Roma, collaborando anche con il MoMA. Le opere raccolte nel corso del suo lavoro curatoriale, poi donate, arricchiscono oggi le collezioni del MART di Rovereto, del Centro Pecci, del MA*GA di Gallarate e del MACMa di Matino.
È anche una delle teoriche più attive della scrittura visuale. Su invito di Giulio Carlo Argan scrive il saggio “Poesia visiva” per il supplemento 1978 dell’Enciclopedia Universale dell’Arte; nel 1997, grazie a una borsa del Getty Research Institute, studia gli archivi futuristi, ricerca da cui nascono il volume pubblicato a New York nello stesso anno e, nel 2008, Le futuriste italiane nelle arti visive, scritto con Franca Zoccoli per De Luca. Insegna e tiene conferenze in tutto il mondo, dall’Università di Friburgo a Oxford, dalla Ca’ Foscari di Venezia alle università di Tokyo e Osaka, fino alla FAAP di San Paolo.
Le sue mostre personali, presentate da critici come Enrico Crispolti e Gillo Dorfles, si sono tenute in Italia, Europa, Stati Uniti, Brasile e Giappone, con antologiche al Palazzo delle Esposizioni di Roma (1996), al National Museum of Women in the Arts di Washington (1999), al Pomona College di Claremont, in California (2003 e 2015), e alla Oculus Gallery di Tokyo (2010). Ha esposto nove volte alla Biennale di Venezia tra il 1969 e il 2009, tre volte alla Biennale di San Paolo tra il 1973 e il 1994 e tre volte al Centre Pompidou tra il 1978 e il 1982, oltre che a documenta 7 a Kassel (1982), alla XI Quadriennale di Roma (1986), al MoMA di New York (1992), a Palazzo Pitti a Firenze (2001) e all’Expo di Milano (2015). Le sue opere sono conservate, tra gli altri, al MoMA, al Getty Research Institute di Los Angeles, al National Museum of Women in the Arts, al MART, al MACRO, alla Ca’ Pesaro di Venezia, al MUSMA di Matera, al MAC di San Paolo, nel Sackner Archive di Miami e agli Uffizi. Nel 2011 dona al MART la sua ampia collezione-archivio di arte al femminile.
Mirella Bentivoglio muore a Roma nel marzo 2017. Le figlie Marina, Leonetta e Ilaria donano alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma il fondo con i suoi libri e materiali d’archivio, e nel 2019 la Biblioteca le dedica uno spazio permanente nel percorso Spazi900, accanto a quelli di Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante e Italo Calvino. Nello stesso anno nasce l’Archivio Mirella Bentivoglio. Nel 2022, per il centenario della nascita, la Fondazione Antonio Dalle Nogare di Bolzano ha ricostruito lo spirito della mostra del 1978 con Ri-Materializzazione del linguaggio.
Repetto Gallery ha presentato le opere di Mirella Bentivoglio in diverse mostre collettive, da Alfabeto – La rivoluzione perfetta (2020–2021), Earth Art (2021) e Il canto della terra (2025). Tra le opere disponibili figurano alcuni dei suoi celebri libri e lapidi di pietra. Per informazioni sulle opere originali di Mirella Bentivoglio disponibili, contatta la galleria.