Elisabetta Gut nasce a Roma nel 1934 in una famiglia numerosa, sei sorelle e un fratello, da padre svizzero di origine ebraica e madre italiana cattolica. Con la guerra alle porte, ancora bambina, viene mandata a Zurigo su uno dei treni organizzati da Pro Juventute per i figli di cittadini svizzeri, con un cartellino appeso al collo. Dopo un periodo in collegio è accolta dalla famiglia di un ferroviere e dorme da sola in una soffitta; tra i fratelli può vedere soltanto la sorella Rosa Bianca, con cui trascorre i fine settimana nei musei della città, tra dadaisti, surrealisti e astrattisti. Il suo primo amore artistico ha un nome preciso: Paul Klee. Sono anni di grande sofferenza, che si chiudono nel 1945 con il ritorno a Roma; in un’intervista del 2013 l’artista ricordava ancora i vagoni di legno di quel viaggio e i soldati americani che riempivano i bambini di cioccolata.
Nella casa paterna, piena di libri, legge Rimbaud di nascosto. A diciassette anni sceglie di vivere nell’istituto delle suore Orsoline di Roma, dove si fa notare per la testardaggine, per una ribellione intelligente e soprattutto per il talento artistico. Nel 1953 si iscrive all’Istituto d’Arte di Roma e poi alla Scuola libera del nudo dell’Accademia di Belle Arti, concludendo la formazione nel 1956. Le prime opere seguono una linea pittorica post-cubista, ma nei tanti disegni, pastelli e acquerelli di quegli anni affiora già un tratto grafico che ricorda le scritture antiche e orientali, quel segno “come inchiostrato” che caratterizzerà tutto il suo lavoro.
Nel 1956 sposa l’avvocato e regista Luigi Martello, con cui condivide la passione per l’arte, la musica e il teatro, e comincia a frequentare artisti come Lucio Fontana, Alberto Burri e Giuseppe Capogrossi. Lo stesso anno avviene l’incontro che segna il suo debutto: appena ventiduenne, porta le sue cartelle a Felice Casorati nella villa di Pavarolo, vicino a Torino. Superato lo scetticismo iniziale, il pittore ne rimane colpito e in autunno le organizza la prima mostra personale alla Galleria Cairola di Milano, firmando il testo di presentazione in catalogo. Nel 1958 la seconda personale, alla Galleria Lo Zodiaco, è un successo: metà delle opere esposte viene venduta.
Negli anni Sessanta la sua ricerca si fa più radicale: altera i supporti, incide le tele, ne trasforma le superfici con pizzi, ricami e mostrine militari. Non mancano i momenti di scoraggiamento, in cui pesa la difficoltà di essere al tempo stesso donna e artista. Nel 1964 realizza il suo primo libro-oggetto, Diario, intessuto dei ricordi della casa di famiglia, dei mobili e delle tende di fine Ottocento, dei libri restaurati insieme alla zia Virginia. Nello stesso anno ottiene l’abilitazione all’insegnamento di Educazione artistica e inizia a insegnare alla Scuola Statale G. Ronconi di Roma; dal 1965 tiene corsi di pittura per gli allievi della Fondazione Fulbright. Presenta le nuove opere in due personali, alla Galleria Il Carpine di Roma (1967) e alla Galleria Vismara di Milano (1968).
Negli anni Settanta il suo lavoro, ormai pienamente inserito nella poesia visiva, raggiunge la libertà espressiva e la ribellione ironica che ne caratterizzano l’autrice. Nascono accostamenti audaci, spesso in forma di collage e assemblaggio, tra elementi naturali e culturali: rami, fiori, fili e conchiglie convivono con note musicali, versi e calligrafie. Il filo, usato qui per la prima volta, è insieme legatura, segno di cancellatura (per Gut più un “trattenere le parole” che un cancellarle) e pentagramma. Si moltiplicano le personali, dalla Galleria Franzp di Torino e dalla Galleria Numero di Roma (1970) al Palazzo dell’Arengario di Monza (1973), dalla Galleria Fumagalli di Bergamo (1976) alla Galleria Variazioni di Milano e al Museo Pignatelli di Napoli (1977). Tra le collettive spiccano Incontro Sincron a Rimini (1971), curata da Bruno Munari, il Salon des Réalités Nouvelles al Musée d’Art Moderne di Parigi (1975) e Concreto & Visuale alle università di Sydney e Melbourne (1978).
Sono anche anni di forte impegno per i diritti delle donne: Gut fa parte del nucleo di Rivolta Femminile, il gruppo fondato da Carla Lonzi a cui partecipano artiste e intellettuali come Carla Accardi e Simona Weller.
Dalla metà degli anni Settanta Mirella Bentivoglio dedica al suo lavoro numerosi testi critici e la invita a molte delle mostre che cura, tra cui Tra linguaggio e immagine alla Galleria Il Canale di Venezia (1976), Materializzazione del linguaggio alla Biennale di Venezia (1978), From Page to Space alla Columbia University di New York (1979), Fil-sofia al Metrònom di Barcellona (1982) e Volùmina a Senigallia (1988). Bentivoglio cura anche l’antologica al Museo Civico di Macerata (1981) e la mostra Plume de poète alla Galleria Eralov di Roma (1989). Gut partecipa inoltre ad Arte come scrittura alla XI Quadriennale di Roma (1986), a Fotoidea alla Biennale di San Paolo (1994) e a Post scriptum alla Biennale Donna di Ferrara (1998).
Tra le personali più recenti: Semi-Segni alla Galleria Cortese & Lisanti di Roma (2009), Book Without Words: The Visual Poetry of Elisabetta Gut al National Museum of Women in the Arts di Washington (2010), Cutting Through: The Art of Elisabetta Gut alla Maitland Regional Art Gallery in Australia (2012) e La scuola delle cose al Museo delle Genti d’Abruzzo di Pescara (2019). Le sue opere sono conservate al MUSINF di Senigallia, al MART di Trento e Rovereto, al Centro Pecci di Prato, al MA*GA di Gallarate, alla Maitland Regional Art Gallery e al National Museum of Women in the Arts di Washington. Elisabetta Gut si è spenta a Roma il 16 maggio 2024.
Nel 2019 Repetto Gallery ha presentato il lavoro di Elisabetta Gut nella mostra Threading Spaces, accanto a Maria Lai, Franca Sonnino e Nedda Guidi, e le sue opere sono state esposte anche in Alfabeto – La rivoluzione perfetta (2020–2021) e Earth Art (2021). Per informazioni sulle opere originali di Elisabetta Gut disponibili, contatta la galleria.