Giuseppe Capogrossi nacque a Roma il 7 marzo 1900. Dopo la laurea in giurisprudenza, tra il 1923 e il 1926 scelse definitivamente la pittura, formandosi sotto la guida di Felice Carena. Tra il 1927 e il 1931 visse a lungo tra Roma e Parigi. Nel 1933 espose con Corrado Cagli ed Emanuele Cavalli alla Galleria Il Milione di Milano come “Gruppo dei nuovi pittori romani” e firmò con Cavalli e Roberto Melli il Manifesto del primordialismo plastico. Negli anni Trenta espose regolarmente alla Quadriennale di Roma (1931, 1935, 1939) e alla Biennale di Venezia (1936, 1948), muovendosi entro una figurazione colta e tonale, vicina alla Scuola Romana, come in Il temporale (1933), oggi alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.
La svolta avvenne tra il 1949 e il 1950. Dopo i soggiorni del 1948–49 tra le montagne austriache, dove le vedute alpine cominciavano a ridursi a ritmi e scansioni, Capogrossi abbandonò ogni residuo figurativo per elaborare un segno modulare ricorrente, una forma dentata spesso chiamata “forchetta”: una sorta di alfabeto visivo che divenne il nucleo della sua ricerca fino alla morte. Questo segno non è decorazione, ma struttura: si ripete, si espande, si organizza nello spazio come una scrittura astratta, autonoma e necessaria. Le opere di questa nuova stagione presero tutte il titolo di Superficie, seguito da un numero. Lo stesso Capogrossi affermò di aver trovato in quel segno «la libertà, la felicità, la pienezza del proprio essere».
Nel 1950 presentò la nuova produzione alla Galleria del Secolo di Roma, accolta con forte ostilità da gran parte della critica, e nel 1951 fondò con Mario Ballocco, Alberto Burri ed Ettore Colla il Gruppo Origine.
Nel 1954 ottenne una sala tutta sua alla Biennale di Venezia, tappa decisiva della sua consacrazione. Tra il 1951 e il 1958 partecipò alle principali rassegne internazionali dedicate all’astrazione europea, tra cui The New Decade: 22 European Painters and Sculptors al Museum of Modern Art di New York (1955), affermandosi come una figura cardine nel passaggio dall’informale lirico a una pittura di sistema e linguaggio. Nella Roma del dopoguerra il suo lavoro dialogò con quello dei giovani astrattisti del gruppo Forma 1, come Carla Accardi, Piero Dorazio e Antonio Sanfilippo.
Capogrossi morì a Roma il 9 ottobre 1972. Insieme a Lucio Fontana e ad Alberto Burri è considerato una delle radici dell’arte italiana della seconda metà del Novecento. Le sue opere sono oggi conservate in importanti collezioni pubbliche, tra cui la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, che conserva il gruppo più consistente di sue opere in un museo, e il Centre Pompidou di Parigi. Nel 2006 gli eredi hanno dato vita alla Fondazione Archivio Capogrossi, che ne cura il catalogo ragionato.
Le opere di Giuseppe Capogrossi oggi disponibili in galleria attraversano la stagione del segno: da Superficie 14 (1953), dipinta nei primi anni della sua nuova ricerca, a Superficie CP/327 (1963 circa), tempera e collage su carta. Per informazioni sulle opere originali di Capogrossi disponibili, contatta la galleria.